Agostino Lurati

Santi di Sant'Ilario

I SANTI DELLA PRIMITIVA

CHIESA DI GALLIA

CI PARLANO ANCORA OGGI

NELLE STATUE E NEI DIPINTI

Introduzione storica

Vi sono a Bioggio diverse peculiarità che la contraddistinguono, come ad esempio il perché della presenza di parecchie famiglie nobili, il motivo per cui i suoi abitanti vengono chiamati “Sciuri” (Signori) e quella che andremo a scoprire in questo studio, ossia per quale coincidenza i Santi venerati nel nostro paese sono tutti di origine gallica, o più precisamente della primitiva Chiesa delle Gallie. Sant’Ilario di Poitiers è venerato nella chiesa sull’omonimo colle e i SS. Maurizio e Compagni Martiri Tebani nella parrocchiale. Questi hanno subito il martirio ad Agaunum, l’attuale Saint-Maurice nel Vallese. In origine erano venerati dai Burgundi e, in seguito alla vittoria dei Franchi su questo popolo negli anni 532 e 534, il loro culto si diffuse un po’ ovunque in Francia, Svizzera, Germania e Italia di modo che si possono tranquillamente e legittimamente annoverare fra i Santi franchi.

In questo studio mi limiterò a presentare l’attribuzione delle figure rappresentate nei quadri e nelle statue nella chiesa di Sant’Ilario, secondo il mio modesto parere di un’eloquenza unica sulla loro origine. Premessa indispensabile è tuttavia quella di approfondire brevemente gli eventi storici di quel periodo, dalla caduta dell’impero romano fino a Carlomagno. (V – VIII secolo).

In questo lavoro di ricerca è fondamentale l’aiuto dello storico franco San Gregorio di Tours. Nella sua “Historia francorum”, scrive che nell’anno 590 della nostra era, durante il regno di Childeberto II, un’armata comandata da venti generali dell’esercito franco-merovingio partì da Coira dirigendosi verso il territorio di Milano per aiutare l’Imperatore di Bisanzio, Maurizio, a liberare l’Italia dai longobardi. Giunti alle Alpi, il grosso dell’esercito franco le valicò penetrando nel milanese costeggiando il lago di Como, mentre sei duchi si diressero sulla destra accampandosi nei pressi di Bellinzona dove il Duca Ollone, essendosi avvicinato troppo alla fortezza, fu colpito a morte da un giavellotto. Ripresa la marcia verso sud, arrivarono ad un lago chiamato “Ceresium” (Cesare Cantù nel suo libro “Storia della città e Diocesi di Como” dice che a suo parere è la prima volta che il nostro lago viene chiamato con questo nome), arrivando alla Tresa dove vi fu una scaramuccia con i Longobardi che però si ritirarono verso Castelseprio. Per noi ticinesi, la descrizione dello storico franco (cap. X, 3) è eloquente; dice: “C’era all’interno del territorio della città di Milano, un lago, che chiamano Ceresio, dal quale esce un fiume piccolo ma molto profondo…” continuando poi con la descrizione del duello, della vittoria dei franchi, del loro inseguimento, senza successo, oltre la Tresa e precisando che nei dintorni (forse proprio a Bioggio che era a quel tempo capo di lago?) arrivarono i messi dell’Imperatore di Bisanzio.

Gregorio di Tours continua poi il suo racconto precisando che l’esercito arrivò fino a Milano senza incontrare resistenza e accampandosi per tre mesi, senza tuttavia raggiungere il Re longobardo asserragliato a Ticino (Pavia). Sfiniti dalla fame e dalle malattie, il loro comandante Cédin decise di far ritorno in patria. La parte dell’esercito fermatosi dalle nostre parti, proseguì anch’esso verso Milano dopo un’attesa di sei giorni, in seguito alla mancanza dei segnali concordati con i bizantini per dare battaglia.

I Franchi a Bioggio?

Non va dimenticato che Bioggio è stato da sempre residenza privilegiata di Signori. Si può quindi ipotizzare che non tutti i guerrieri abbiamo seguito i loro duchi per spingersi fino a Milano, magari perché malati, oppure che vi abbiano fatto ritorno al momento del loro rientro in Gallia e che abbiamo edificato la loro modesta cittadella in pietra come ci hanno rivelato i recenti scavi archeologici. Da nemici, franchi e longobardi hanno trovato il modo di convivere fianco a fianco? non si può escludere questa ipotesi, tanto più che la regione era scarsamente abitata.

Gli scavi archeologici condotti tra il 1987 e il 1999 hanno evidenziato almeno tre motivi che potrebbero indurre a suffragare questa mia ipotesi: il ritrovamento di una costruzione ad uso civile in pietra del VI-VII secolo edificata sopra le rovine della villa romana nell’area sacra, la prima chiesa lignea sul colle di Sant’Ilario, seguita poi da una seconda con l’abside in pietra e da una terza a forma di campana, tutta in pietra, in epoca carolingia (tra il VII e il IX secolo) e la primitiva aula cristiana edificata nel V secolo sotto l’attuale sagrato – quella che divenne poi la chiesa parrocchiale di San Maurizio – alla quale venne aggiunta un abside nel VII-VIII secolo.

A questi tre aspetti che fanno supporre una presenza franca, va aggiunto il fatto che i Santi venerati nelle due chiese del villaggio sono nella loro totalità di origine gallica. Nel capitolo seguente vi esporrò le mie teorie al riguardo, non senza prima premettere che si tratta di mie congetture opinabili. Nel mio studio mi limito ai Santi venerati nella chiesa di Sant’Ilario, pur ipotizzando che anche il culto di San Maurizio ci sia stato portato direttamente dai Franchi prima ancora che esso fosse introdotto a Milano dove sorse la nota chiesa chiamata San Maurizio al Monastero Maggiore che esiste tuttora in corso Magenta, ma non sembra che nella parrocchiale fossero esistiti altre raffigurazioni così evidenti come nella chiesetta del colle.

Le statue e le tele dell’altare maggiore

nella chiesa di Sant’Ilario

Va detto anzitutto che gli stucchi dell’altare maggiore sono di un’armonia e di una bellezza sorprendenti. A parere dei critici d’arte, vi si vede la mano degli stessi artisti che decorarono il Santuario della Madonna d’Ongero a Carona.

Le due statue ai lati delle colonne sono di grandezza naturale: quella di sinistra rappresenta Sant’Ilario di Poitiers, mentre quella di destra San Martino di Tours.

Le due tele ai lati del presbiterio, della scuola del Petrini, sono a soggetto doppio e i Santi rappresentati, sempre secondo il mio modesto parere, sono San Liborio, Vescovo di Le Mans, San Lupo, Vescovo di Sens, San Massimino, Vescovo di Treviri, e Sant'Elena imperatrice. Le città di origine di questi santi personaggi facevano parte del vasto impero franco al momento in cui scrive Gregorio di Tours.

Cercherò ora di andare nei particolari per quanto riguarda queste attribuzioni. Anzitutto mi sono orientato verso il Paese di origine di Sant’Ilario: la Gallia che ai tempi del nostro Santo era ancora romana. La Chiesa di quella regione è stata indubbiamente una Chiesa vivace già nei primi anni della penetrazione cristiana nell’Impero. Poi mi sono volutamente limitare alla regione di influenza franca che comprendeva i luoghi in cui i nostri Santi nacquero o esercitarono il loro ministero. Mi sono trovato in tal modo davanti ad un sorprendente scenario di collegamenti e di riferimenti che mi hanno portato a non più considerare le immagini come semplici scene della vita di Sant’Ilario come si è sempre ritenuto, ma a qualcosa di più forte e di più consistente che mi ha riconfermato l’enorme influenza che questo popolo esercitò nella storia del nostro bel villaggio e che la nostra gente, inconsciamente, custodisce gelosamente da ben quattordici secoli.

  • Sant’Ilario (315 ca. – 367)

È il Santo titolare della chiesa e di lui dice Jacopo da Varagine (Varazze) che fu Vescovo di Genova fino al 1298, anno della sua morte, nella sua “Leggenda aurea”: “Passò tra gli uomini splendente di luce”. Nella “Histoire de France”, lo storico Henri Martin asserisce che fu lo spirito più illuminato della Gallia dai tempi di Sant’Ireneo, Vescovo di Lione nel III secolo.

La sua grandezza venne riscoperta nel XIX secolo e il Beato Pio IX lo proclamò Dottore della Chiesa Universale nel 1851. Dai suoi scritti ha felicemente attinto anche il nostro indimenticabile Vescovo Eugenio Corecco che, nella sua lettera Pastorale per la Quaresima del 1989, riprende l’affermazione perentoria che costringe a riflettere, senza possibilità di evasione, sul destino eterno dell’uomo: “La vita non ci viene data solamente per morire” (ivi, I, 1).

Sant’Ilario passò anche da Milano dove si incontrò con il Vescovo ariano Aussenzio. Dall’Oriente portò l’esperienza della vita monastica in Occidente. Si ricorre alla sua intercessione in caso di febbre alta.

Nella nostra chiesa, Sant’Ilario è raffigurato nella statua a grandezza naturale di sinistra sull’altare maggiore e nella icona centrale.

  • San Martino di Tours (316 o 317 – 371)

A differenza di Sant’Ilario, Martino è molto popolare un po’ ovunque, specialmente grazie alla nota leggenda del mantello diviso con un povero mendicante, allorquando era ancora un soldato. Però sono ben maggiori i meriti di questo Santo!

Nacque in Pannonia (Ungheria) nel 316, militò nell’esercito imperiale e ricevette il battesimo ad Amiens. Fu proprio Sant’Ilario, dopo la rinuncia all’esercito, a ordinarlo esorcista e poi sacerdote. Dopo un viaggio in Pannonia, Milano, Gallinara (isoletta di fronte ad Albenga) e Roma, si ritirò a Ligugé presso Poitiers dove fondò il suo primo monastero nel 361. Sicuramente fu proprio Ilario a trasmettergli questa idea che lui stesso ebbe modo di toccare con mano in Asia Minore durante il suo esilio.

Eletto vescovo di Tours nel 371, evangelizzò la regione e fondò vari monasteri fra cui quello famoso di Marmoutier. Morì a Candes in Turenna nell’anno 397.

San Martino è raffigurato in abiti pontificali nella statua di destra dell’altare maggiore e, dati i suoi stretti legami con Ilario, mi sembra una scelta veramente felice di averlo accomunato nel culto.

  • San Liborio Vescovo di Le Mans

Fu probabilmente il quarto Vescovo di questa Diocesi e gli “Actus pontificum Cenomannis in urbe degentium” (opera risalente alla prima parte del IX secolo) fissa la data della sua morte a un 5 delle Idi di giugno (9 giugno) dopo quarantanove anni di pontificato, nulla di più. San Martino, che fu vescovo nell’ultimo quarto del IV secolo, sembra essere stato presente ai suoi funerali.

Venerato a Le Mans, nella cui cattedrale gli venne dedicato un altare nell’anno 835, il suo corpo fu traslato a Paderborn nell’836 divenendo il Patrono di quella Diocesi. Un tempo la Chiesa di Le Mans celebrava questa traslazione al 29 aprile e la morte il 9 giugno. Il Martirologio Romano lo ricorda il 9 aprile (in precedenza al 23 luglio).

Nell’iconografia San Liborio è rappresentato come un venerando Vescovo che regge tre pietre che ricordano il suo patronato sugli ammalati di calcolosi, oppure affiancato da un pavone, l’uccello leggendario che accompagnò la traslazione delle sue reliquie.

Nel primo riquadro di sinistra, San Liborio è raffigurato come un Santo e Venerabile Vescovo nell’atto di gettare delle pietre in un pozzo.

  • San Lupo Vescovo di Sens

È questo l’unico Santo che esce un po’ dalla cerchia di quelli rappresentati a Sant’Ilario e quindi non strettamente legato in vita agli altri raffigurati. Infatti San Lupo visse nel VII secolo e quindi già in epoca franca e non più romana. È l’unica attribuzione che potrebbe sollevare qualche punto interrogativo, a meno che il suo culto sia stato introdotto più tardi, in epoca carolingia, ossia al momento della costruzione della terza chiesa a forma di campana. San Lupo è invocato contro il mal caduco, l’epilessia.

Di stirpe regia, nacque ad Orléans e divenne Vescovo di Sens ai tempi di Lotario re dei franchi. Le uniche notizie che abbiamo di lui le troviamo nella “Leggenda aurea” di Jacopo da Varazze, già menzionata, e quindi si tratta di notizie puramente leggendarie. In quest’opera si legge “Una domenica, mentre stava celebrando la Messa, cadde dal cielo una gemma dentro il suo santo calice, e il re la pose fra le reliquie che venerava”. Morì verso il 623 al tempo dell’Imperatore Eraclio I imperatore di Bisanzio.

La seconda tela di sinistra lo rappresenta mentre sta distribuendo la comunione a due persone e il motivo di vedere in San Lupo il Vescovo qui rappresentato è dettato da due particolari: il primo è la posizione non di raccoglimento ma di stupore dei fedeli, sicuramente non confacente al momento solenne della Comunione, il secondo è il colore e la forma delle ostie, bianche e tonde quelle nel ciborio, oscura ed oblunga quella che tiene tra le dita proprio per il fatto che non si tratta di un’ostia ma della gemma trovata nella pisside.

  • San Massimino Vescovo di Treviri (285 – 346)

Vide la luce verso l’anno 285 e morì nel 346. Come Ilario, fu strenue difensore dell’ortodossia contro l’arianesimo.

Ospitò e difese Sant’Atanasio di Alessandria e San Paolo I di Costantinopoli perseguitati dagli Imperatori Costantino II e Costante, ottenendo che potessero ritornare nelle loro sedi. Promosse il Sinodo di Sardica nell’anno 343. Fu il Vescovo della residenza imperiale in quanto il centro dell’Impero e la residenza dell’Imperatore era appunto a Treviri, in Renania.

La storia della vita di Massimino fu scritta nell’ottavo secolo da un anonimo nel monastero di Treviri a lui dedicato. Di lui parlano però anche San Gerolamo nel suo “Chronicon” e San Gregorio di Tours nella sua “Vita dei Padri”.

Massimino morì durante un suo viaggio a Poitiers nell’anno 346, vivente Sant’Ilario, e il suo corpo venne poi traslato a Treviri. Si festeggia il 29 maggio..

Nel primo riquadro della tela di destra, San Massimo è raffigurato con il solo pastorale e il libro. In questa manca la figura dell’orso che però non è sempre presente nella sua iconografia. L’attribuzione é plausibile per il fatto che vicino, nel secondo riquadro troviamo Sant’Elena, che a Treviri ebbe la sua residenza, e per il particolare del pastorale e del libro aperto.

  • Sant’Elena, Imperatrice (248 – 329)

Il nome esatto della nostra santa è Elena Giulia Augusta, madre di Costantino il Grande con il quale la storia di Roma segna un cambiamento epocale in quanto fu con lui che il Cristianesimo divenne religione di stato.

Nacque verso la metà del III secolo a Bitinia. Di umili origini, concubina o moglie di Costanzo Cloro che poi la allontanò per sposare Teodora nel 293. Suo figlio Costantino la proclamò “Augusta” nell’anno 325. Sant’Eusebio ci racconta che fu convertita al cristianesimo proprio dal figlio. Dal 326 si recò in Terra Santa rinvenendo a Gerusalemme la vera croce su cui fu innalzato Cristo. Fondò varie basiliche a Roma, a Gerusalemme e a Betlemme. Morì forse a Costantinopoli nel 335 circa. È ipotizzabile che abbia conosciuto San Massimino.

È l’ultima figura a destra che la riproduce inginocchiata in adorazione della vera croce. Di questo dipinto esiste un bozzetto a sanguigna di Giuseppe Antonio Petrini (1677-1759) ciò che fa pensare che queste tele siano uscite dalla sua bottega e forse qualcuna sia dovuta anche al suo pennello, in particolare quella di destra.

Le tele sono state probabilmente commissionate al Petrini e poi amputate in seguito per essere adattate alla nuova cornice in stucco del XVIII secolo.

BIBLIOGRAFIA

ARCHIVIO PARROCCHIALE DI BIOGGIO

CANTÙ CESARE “Storia della Città e Diocesi di Como” ed. 1899

CARDANI VERGANI ROSSANA “Guida di Bioggio” della SSAS

GIOVIO BENEDETTO “Storia Patria” traduzione di Francesco Fossati, ed. 1890

GREGORIO DI TOURS “Historia francorum”

JACOPO DA VARAZZE “Legenda aurea”

LURATI AGOSTINO “Alla riscoperta del nostro bel Sant’Ilario” inserto del bollettino parrocchiale di Bioggio e Bosco Luganese 1/2002

RINGRAZIAMENTI

Alla Dott. Sabrina Stefanini-Airaghi per il fruttuoso scambio di opinioni in merito alle tele attribuite, almeno alcune, a Giuseppe Antonio Petrini

A Pascale Stefanini per il suo contributo sempre in merito al Petrini

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